COSA È LA DISERGOLAZIONE EMOTIVA?
DISREGOLAZIONE EMOTIVA E DISTURBI ALIMENTARI
Pubblicato il 10.03.2025, a cura di Chiara Zanotelli e Tarcisio Sartori
I disturbi alimentari rappresentano un insieme di condizioni complesse, caratterizzate da un’alterazione persistente del comportamento alimentare e da un’eccessiva preoccupazione per il peso o la forma corporea (Treasure et al., 2010).
Tra le forme più comuni figurano l’anoressia nervosa, la bulimia nervosa e il disturbo da binge eating, che condividono alcune caratteristiche di base ma si distinguono per specifiche manifestazioni cliniche (Attia & Walsh, 2009).
In genere, l’esordio si colloca nell’adolescenza o nella prima età adulta; tuttavia, la comprensione dei fattori di rischio e di mantenimento ha evidenziato un’eziologia multifattoriale, in cui confluiscono elementi di natura biologica, psicologica e socioculturale (Stice, 2002).
A livello diagnostico, la gravità di tali disturbi risiede non solo nelle possibili complicanze mediche (ad esempio, squilibri elettrolitici o osteopenia) ma anche nella compromissione del benessere psicologico e relazionale. Di conseguenza, un intervento tempestivo e integrato risulta cruciale per limitare la cronicizzazione del quadro clinico e favorire un decorso più positivo (Treasure et al., 2010).
La disregolazione emotiva si è affermata negli ultimi anni come un fattore chiave nella comprensione e nel trattamento di diverse forme di disturbo alimentare, tra cui anoressia nervosa, bulimia nervosa e disturbo da binge eating (Harrison et al., 2010; Lavender et al., 2015; Racine & Wildes, 2013; Wildes et al., 2010). Un numero crescente di studi evidenzia come i comportamenti alimentari disfunzionali possano costituire, almeno in parte, una reazione maladattiva a stati emotivi intensi e difficilmente gestibili (Bydlowski et al., 2005).
Il legame tra emozioni e comportamenti alimentari disfunzionali
Nei casi di bulimia nervosa e disturbo da binge eating (BED), gli episodi di abbuffata rappresentano spesso una risposta immediata a emozioni negative quali rabbia, tristezza, noia o ansia (Lavender et al., 2015; Wildes et al., 2010). Il cibo viene dunque utilizzato come strumento compensatorio per alleviare il disagio emotivo, sebbene a lungo termine questa strategia incrementi il senso di colpa, la vergogna e la preoccupazione per il peso e l’immagine corporea.
Nell’anoressia nervosa, la restrizione calorica o l’ipercontrollo alimentare possono svolgere la funzione di ridurre l’intensità delle emozioni negative, fornendo un temporaneo senso di padronanza (Harrison et al., 2010; Racine & Wildes, 2013).
In molti casi, il cibo assume il ruolo di regolatore surrogato delle emozioni: quando l’individuo non riesce a gestire adeguatamente stress, ansia o altri stati affettivi spiacevoli, il comportamento alimentare diventa un canale di sfogo che, tuttavia, innesca sensi di colpa e vergogna, alimentando un circolo vizioso (Svaldi et al., 2010). Ad esempio, i lavori di Abbate-Daga e colleghi (2013) hanno mostrato come la difficoltà nel modulare la rabbia e altri stati emotivi possa contribuire alla persistenza di condotte alimentari disfunzionali, e come interventi focalizzati sulle emozioni migliorino la gestione dei comportamenti patologici.
Processi di disregolazione emotiva nei disturbi alimentari
Alcune ricerche suggeriscono che soggetti con disturbi alimentari presentino un ridotto accesso alle proprie sensazioni interne (interocezione) e difficoltà a identificare con precisione gli stati emotivi (Bydlowski et al., 2005; Harrison et al., 2010). Questa confusione tra sensazioni fisiche e vissuti emotivi può condurre a interpretazioni distorte di fame, sazietà o stress. Caviglia e Dell’Angelo (2002) hanno approfondito il legame tra alessitimia e disturbi del comportamento alimentare, evidenziando come un deficit nella comprensione delle emozioni e delle sensazioni corporee possa predisporre a un utilizzo disfunzionale del cibo come regolatore emotivo.
Studi recenti mostrano che la tendenza a rimuginare su emozioni e pensieri negativi risulta associata a episodi di binge eating e a comportamenti di compenso (Lavender et al., 2015). La ruminazione, infatti, intensifica l’emozione negativa e ne prolunga la durata, ostacolando il ricorso a strategie di regolazione più adattive. Secondo Abbate-Daga et al. (2013), la difficoltà nel gestire in modo aperto e diretto emozioni come la rabbia o la vergogna può portare a soluzioni “di fuga” nel comportamento alimentare, rafforzando il circolo vizioso di disregolazione.
In alcuni casi, l’individuo tenta di sopprimere o negare le proprie reazioni affettive, adottando comportamenti di evitamento che si traducono in controllo ossessivo delle calorie, pratiche di purging (vomito autoindotto o lassativi) o esercizio fisico eccessivo (Svaldi et al., 2010). Tali condotte non risolvono il disagio affettivo, ma possono consolidarlo, rendendo ancora più complessa la gestione delle emozioni.
Conseguenze cliniche della disregolazione emotiva
La presenza di marcata disregolazione emotiva influisce negativamente sul decorso e sulla prognosi dei disturbi alimentari, contribuendo a:
Una scarsa capacità di regolare gli affetti si correla a frequenti episodi di abbuffata, a un numero più elevato di condotte di compenso e a un peggioramento della sintomatologia ansioso-depressiva (Lavender et al., 2015; Wildes et al., 2010).
L’incapacità di riconoscere e gestire gli stati emotivi in modo adattivo favorisce la cronicizzazione del disturbo alimentare, con possibili complicazioni fisiche e psicologiche (Harrison et al., 2010).
Gli individui con disturbi alimentari e disregolazione emotiva presentano spesso ulteriori problematiche psichiatriche (disturbi dell’umore, ansia, impulsività), che complicano il quadro clinico complessivo (Bydlowski et al., 2005; Racine & Wildes, 2013).
Implicazioni per il trattamento
I modelli terapeutici più recenti suggeriscono che intervenire specificamente sulle competenze di regolazione emotiva può migliorare l’outcome dei disturbi alimentari (Lavender et al., 2015; Racine & Wildes, 2013). Alcuni interventi efficaci includono:
Favorisce un miglior riconoscimento dei segnali di fame e sazietà e una maggiore consapevolezza degli stati emotivi, riducendo le interpretazioni distorte (Bydlowski et al., 2005).
Pratiche come la meditazione o il training di attenzione consapevole possono aiutare a interrompere la reattività automatica (binge, restrizione) di fronte a emozioni intense, promuovendo un approccio più flessibile (Svaldi et al., 2010).
Intervenire su pensieri negativi, credenze disfunzionali e scarsa tolleranza della frustrazione consente di migliorare la gestione dello stress emotivo, riducendo l’uso del cibo come strumento di regolazione (Wildes et al., 2010).
Viene consigliata una presa in carico multidisciplinare (nutrizionisti, psicologi, psichiatri) che tenga conto non solo degli aspetti comportamentali e fisici, ma anche delle dinamiche emotive e relazionali, per sostenere un recupero più completo (Harrison et al., 2010).
Conclusioni
La disregolazione emotiva si pone come un fattore trasversale di grande rilievo nella comprensione della genesi e del mantenimento dei disturbi alimentari, incidendo sulla severità del quadro clinico e sulla risposta al trattamento (Bydlowski et al., 2005; Lavender et al., 2015; Racine & Wildes, 2013).
Gli studi convergono nel suggerire che un intervento mirato allo sviluppo di competenze di regolazione emotiva – attraverso tecniche di mindfulness, ristrutturazione cognitiva, psicoeducazione e problem solving emotivo – rappresenti un importante valore aggiunto ai protocolli terapeutici tradizionali, contribuendo a interrompere il circolo vizioso tra emozioni negative e comportamenti alimentari disfunzionali (Svaldi et al., 2010; Wildes et al., 2010).
Riferimenti bibliografici (articoli)
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